Martedì 18 Dicembre 2018

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Arrone

Sul finire del sec. IX, il nobile Arrone, alla ricerca di un sito più tranquillo della turbolenta Roma, inoltratosi nella Valnerina, si impossessò di uno dei promontori rocciosi che si ergevano sulla zona paludosa del fondovalle e vi costruì un castello fortificato, primo nucleo del paese che prese da lui il nome.

Il feudo in seguito giunse ad estendersi da Papigno a S. Pietro in Valle, da Miranda a Labbro, da Piediluco a Melaci e a Polino. Durante il sec. XIII, sotto la pressione espansionistica di Spoleto, gli Arroni persero progressivamente terre, autonomia e prestigio e, dopo ripetuti giuramenti di fedeltà al potente avversario, andarono ad abitare dentro al Comune che li aveva sconfitti.

Gli uomini di Arrone, allora, riscattarono tutto il territorio comunale dagli antichi signori (1315), si dettero una struttura comunitativa regolamentata da uno statuto in lingua latina (1542) e si fecero animatori della rivolta della Bassa Valnerina contro l’esoso sistema feudale spoletino e le ricorrenti pretese feudali dei vecchi padroni (sec. XVII-XVIII).

Incendiato e saccheggiato dai francesi (1799), Arrone con la restaurazione del governo pontificio divenne comune madre, cui furono aggregate come frazioni comunità fino a quel momento autonome.

 
La Cascata delle marmore

Al di là delle leggende, dei simbolismi e di ogni altro esercizio di fantasia, la Cascata delle Marmore è semplicemente un “evento idraulico” a cui sono state date le interpretazioni più diverse e più sfrenate, che spaziano dalla poesia al suono, dalla mitologia alla pittura, dal romanticismo alla follia.


Tutti questi modi di vedere e sentire la Cascata, si riferiscono, però, alla “fase fluente”. E, di solito, allo spettatore comune poco o nulla importa dell’altra fase – quella in cui le paratoie impediscono all’acqua di scendere – che, tuttavia, è parte intrinseca e non trascurabile del ciclo vitale. Tolto il bel vestito di merletti spumeggianti, la roccia resta nuda. L’eclissi idrica ci riporta indietro di secoli, ci fa vedere un universo che la cortina d’acqua, nel suo precipitare, nasconde e tortura.


Sono visioni di una bellezza incantata – e, quindi, caduca – che vanno colte e godute nella limitata stasi che segue e precede il cataclisma. Solo allora, infatti, è possibile avvicinarsi alla cateratta, camminarci sopra, entrarci dentro, varcare stagni e anfratti, carpire suggestioni e segreti. Un universo esoterico, una cascata muta che merita l’attenzione non fuggevole del visitatore.

 
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